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Civitavecchia · Lavoro

Civitavecchia, la fine del carbone non può significare la fine del lavoro

La transizione energetica non lasci indietro i lavoratori: servono risposte concrete e un piano occupazionale per la città.

di Filippa Abbate, coordinatrice UDC Civitavecchia · Civitavecchia · 4 ottobre 2026 · 2 min di lettura

CIVITAVECCHIA– La fine dell'era del carbone a Civitavecchia rappresenta una trasformazione inevitabile, ma non possiamo accettare che il prezzo della transizione energetica venga pagato dai lavoratori e dalle loro famiglie. La centrale di Torrevaldaliga Nord non produce attualmente energia da carbone ed è stata mantenuta in una condizione di “riserva fredda” per ragioni di sicurezza energetica. Il Governo ha inoltre avviato un percorso per la riconversione dell'area e per individuare nuove opportunità industriale Ma la domanda fondamentale è una sola: dove andranno a lavorare le persone che per anni hanno vissuto dell'indotto della centrale?

La questione non riguarda soltanto i dipendenti direttamente collegati all'impianto. Attorno alla centrale si è sviluppato negli anni un vasto sistema di imprese, manutenzioni, servizi, movimentazione e attività portuali.

La situazione della Minosse, società che gestiva le operazioni di scarico del carbone, è emblematica: i lavoratori hanno lanciato un appello alle istituzioni denunciando il rischio di perdere il posto dal prossimo gennaio e chiedendo l'applicazione della clausola sociale per essere eventualmente assorbiti da altre imprese portuali.

Non possiamo parlare soltanto di transizione: dobbiamo parlare di occupazione Da anni si parla della riconversione energetica di Civitavecchia. Sono stati presentati progetti e manifestazioni di interesse per il rilancio dell'area dell'ex centrale; nel 2025 erano stati presentati al MIMIT 48 progetti, che devono essere valutati anche in relazione al loro impatto occupazionale.

Ma i lavoratori non possono aspettare indefinitamente.

La Regione Lazio aveva indicato già nel 2022 un piano per la transizione ecologica con la previsione di migliaia di nuovi posti di lavoro legati alle energie rinnovabili.

Adesso è arrivato il momento di trasformare gli annunci in posti di lavoro veri.

Civitavecchia non può diventare una città dove si chiude una grande realtà industriale e si promette genericamente che arriverà qualcosa in futuro. L'UDC: prima di chiudere, bisogna garantire il futuro

Come UDC Civitavecchia riteniamo che la transizione energetica debba essere accompagnata da una ,vera transizione occupazionale.

Chiediamo alle istituzioni nazionali, regionali, comunali e all'Autorità portuale di lavorare insieme per:

- garantire la tutela dei lavoratori dell'indotto; - applicare, dove ne ricorrano i presupposti, gli strumenti di tutela occupazionale già previsti; - accelerare i progetti di riconversione industriale; - trasformare Civitavecchia in un polo delle energie rinnovabili; - creare nuove opportunità per i lavoratori altamente qualificati provenienti dalla filiera energetica; - utilizzare il porto come motore della nuova economia della città. Non siamo contro la transizione energetica. Siamo contro una transizione che lasci qualcuno indietro.

Il carbone può finire. Il lavoro no.

Civitavecchia ha competenze, professionalità, un porto strategico e una posizione geografica straordinaria. Quello che serve è una visione industriale capace di trasformare la crisi in un'opportunità.

La vera sfida non è scegliere tra ambiente e lavoro. È costruire un futuro nel quale ambiente, sviluppo e occupazione possano convivere.

Come UDC Civitavecchia continueremo a dare voce ai lavoratori e a chiedere alle istituzioni risposte concrete.

Perché dietro ogni posto di lavoro perso c'è una famiglia, una storia e la dignità di una persona.