Quando la cattedra diventa trincea: i ragazzi che aggrediscono i docenti
I dati del Ministero parlano di aggressioni in calo, la ricerca sul campo dice altro. Tra denunce mancate e dirette sui social, la violenza cambia forma.
di DaGa · 4 ottobre 2026 · 3 min di lettura
Le percentuali del Ministero sulle aggressioni in calo dell'81%. La ricerca sul campo dice altro: 3,6% degli studenti ammette di aver colpito un prof, 87mila sono entrati a scuola con un coltello.
Tra denunce mancate e dirette su Telegram, la violenza cambia forma.
ROMA - Fino a qualche anno fa era la sedia lanciata in classe. Oggi è la diretta su Telegram. Il fenomeno dei ragazzi che aggrediscono i docenti non è più l'episodio isolato del "ragazzo difficile". È un sintomo più profondo e, secondo gli ultimi dati, più tecnologico. I due numeri che non tornano.
Da una parte ci sono i dati ufficiali del Ministero dell'Istruzione. Nei primi quattro mesi dell'anno scolastico 2025/26 sono state registrate solo 4 aggressioni al personale scolastico, contro le 21 dello stesso periodo dell'anno prima. Un calo dell'81% che il ministro Valditara attribuisce alla Legge 25/2024, che ha inasprito le pene per chi aggredisce docenti e ATA. Un successo, sulla carta. In 17 regioni su 20, zero segnalazioni.
Dall'altra parte ci sono i numeri che non finiscono in un verbale. La ricerca ESPAD 2025 del CNR, su 17.000 studenti tra i 15 e i 19 anni, dice che il 3,6% degli intervistati dichiara di aver colpito un insegnante. Nel 2018 era l'1,2%. Più che triplicato. E il 3,5% ha minacciato qualcuno con un'arma per ottenere qualcosa.
Un'altra ricerca stima che circa 87 mila studenti siano entrati a scuola con un coltello per intimidire o ferire. Perché questa differenza? Perché il dato del Ministero conta solo le aggressioni che diventano procedimento formale: il docente deve denunciare, la scuola deve trasmettere, la Procura deve incardinare.
Se un prof, come è successo a Parma il 24 maggio scorso, viene preso a bastonate in un parco da uno studente e decide di non sporgere denuncia "per motivi educativi", quell'aggressione non esisterà mai nelle statistiche ministeriali
3 episodi quasi identici avvenuti in pochi mesi 2026:
25 marzo, Trescore Balneario (Bergamo): uno studente di 13 anni accoltella alla gola la prof di francese. Riprende tutto con una diretta di due minuti.
29 maggio, San Vito Lo Capo: un alunno di 12 anni entra con due coltellini e un casco per non farsi riconoscere, per aggredire il prof di Tecnologia che gli aveva messo un brutto voto. Anche lui in diretta su Telegram, dopo aver preannunciato tutto su TikTok.
18 settembre, Roma: una docente ferita con tre coltellate da un tredicenne, ancora una volta con il telefono piazzato per riprendere.
Non è solo rabbia. È rabbia che cerca un pubblico. Perché succede? I presidi e gli psicologi indicano tre fattori che si intrecciano: La famiglia alleata del figlio contro la scuola. "Mio figlio non lo tocchi" è diventata la frase più sentita nei colloqui. Quando il genitore delegittima il docente davanti al ragazzo, il ragazzo si sente autorizzato a fare lo stesso, con le mani. La perdita di autorevolezza, non di autorità. L'autorità imposta con l'urlo non funziona più. Ma l'autorevolezza, che si costruisce con competenza e relazione, fatica a nascere in classi da 28 alunni, con insegnanti sottopagati e cambi continui. L'emulazione social. La violenza non è più un momento privato di cui vergognarsi, ma un contenuto da postare. La sfida è "fare più visual".
Cosa fare? Pene più severe, ma da sole non bastano. L'Osservatorio nazionale sulla sicurezza del personale scolastico, insediatosi a marzo, sta lavorando su tre linee: formazione obbligatoria per i docenti sulla gestione dei conflitti, sportelli psicologici stabili e non a progetto, e patti educativi con le famiglie che siano veri contratti, non fogli da firmare a settembre. Perché la domanda non è più solo "come puniamo chi aggredisce un prof?". È "come facciamo a far tornare la scuola un posto dove l'adulto non è un nemico da abbattere in diretta?".
DaGa